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Settembre 22nd, 2007

RICCHEZZA = FELICITA’

Nello scritto “L’impronta ecologica: chi mangia chi?” ho accennato al fatto che non vedo legame tra ricchezza sociale e felicità, e che questione diversa era invece la ricchezza individuale.
Alcuni mi hanno chiesto chiarimenti.

Se per ricchezza sociale intendiamo la potenza economica di uno stato, di una parte di questo, di una regione, o di una comunità, allora si può senza troppa difficoltà asserire che non esiste correlazione tra ricchezza della società e felicità degli individui che la compongono.

Si rileva semmai una relazione inversa: più una società è ricca -quindi sviluppata-, tanto più grande è l’infelicità delle persone.

A noi viziosi della crematistica pare assurdo, ma gli stati avanzati, progrediti, quindi ricchi, propongono un modello fautore di insofferenza diffusa.

L’antropologia culturale ci insegna che la depressione, la nevrosi, ed in generale le patologie psichiche che la scienza ricollega alla nozione di infelicità, si creano proprio in seno alle società moderne ed opulente, e sono invece sconosciute alle società tradizionali ed arcaiche.

Come ricorda di frequente Massimo Fini, e come scrive nel suo manifesto dell’antimodernità: “In occidente questo modello paranoico è riuscito nell’impresa di far star male anche chi sta bene: 566 americani su mille fanno uso abituale di psicofarmaci.”

Si potrebbe dire che il pegno che uno stato paga per la propria ricchezza sia la sofferenza dei cittadini.

Cosa diversa invece è la ricchezza individuale, cioè il potere economico che il singolo dispone in relazione agli altri. Qui mi sembra evidente, che all’interno di un contesto in cui la ricchezza è il solo e vero elemento di distinzione, il denaro diventa l’unica libertà reale.

Scritto da Michele Bellingeri in Articoli alle 7:06 PM CEST

Settembre 9th, 2007

PAVAROTTI ED IL BEN MORIRE

Pavarotti ha “scelto” il momento giusto per morire.

Quando gli è stato chiesto cosa ne pensasse della propria morte ha risposto: “Se l’ho presa con filosofia? Certo. Io nella vita ho avuto tutto, ma davvero tutto. Se mi viene tolto tutto, con il buon Dio siamo pari e patta. Quindi non mi lamento”.

Scegliere” il giusto momento significa questo: affermare con forza che si è già avuto per intero ciò che volevamo, e che “si vuole” lasciare la vita ora, come coronamento di una grande avventura e di una grande storia. Nessun rimpianto, nessun pentimento.

E prima di andarsene il tenore aveva pure giustificato la sofferenza.
La sedia a rotelle è il mio trono!”, ha risposto invalido ma gioioso ad un giornalista.

Perché questa è la vera libertà, ciò che i cristiani chiamerebbero redenzione: il considerare “la necessità” come “libera scelta”, il “giustificare ed affermare” sempre la condizione presente – anche nel dolore e nella angoscia.

Una delle figlie ha rischiato di compromettere il bell’addio del maestro, dichiarando, quando questo ancora non era spirato: “Mio padre sa che morirà presto e nelle nostre conversazioni parla spesso del suo desiderio più grande: quello di raggiungere i suoi genitori e trovare finalmente la pace“.

Dire che si vuole morire per trovare la pace è disperare della propria esistenza - si nega la vita ed i suoi stati tipici. Nietzsche lo definirebbe supremo nichilismo.

E questo non era da Pavarotti, da sempre innamorato della vita.

Scritto da Michele Bellingeri in Articoli alle 5:24 PM CEST

Settembre 2nd, 2007

L’IMPRONTA ECOLOGICA: CHI MANGIA CHI?

Integrando in un unico fattore denominato “impronta ecologica” l’inquinamento ed il consumo delle risorse terrestri da parte del singolo individuo, possiamo grossolanamente dedurre una “impronta ecologica globale” come prodotto di “impronta ecologica media” e “numero mondiale di abitanti”. (http://it.wikipedia.org/wiki/Impronta_ecologica)

Bene. Da questo calcolo, dicono gli esperti, si ottiene una impronta ecologica pari a 5 o 6 “pianeta terra”. Ciò significa che siamo ben oltre la capacità portante: consumiamo, inquiniamo, cachiamo, come se potessimo fruire, non di una, ma di diverse “terre”.

Ma nella “impronta ecologica media” ci sono alcuni che mangiano il cabaret di paste ed altri che sniffano le briciole. Mi sembra di aver letto da qualche parte che un americano (non che gli italiani facciano poi tanto diverso) sperpera ed insozza come una cinquantina di etiopi.

E se in Italia, dove ogni buon “cittadino medio” nasce e cresce con il mito dell’automobile, si possiede una vettura per abitante, - in Bangladesh un paio di sandali lo si usa in quattro.

Non voglio erigermi a maestro di morale, ne a risollevare della vecchia demagogia pauperista, perché è risaputo, l’uomo quando può arraffa [ ed oltre a questo, non vedo alcun legame tra ricchezza sociale e felicità; cosa diversa è la ricchezza individuale…] mi interessa solo far riflettere attorno a questo dato: la barca affonda per tutti, ma la colpa è di pochi, e sono quelli al timone.

Scritto da Michele Bellingeri in Articoli alle 1:25 PM CEST