
Voglio chiarire alcune questioni circa lo scritto il “Vecchio è un relitto.” Alcuni mi hanno detto che la vecchiaia, in ogni tempo, è stata considerata una età infelice.
Non è del tutto esatto. Da sempre è condizione problematica, difficile; la filosofia antica, è vero, la inseriva nei “nuclei tragici dell’esistenza” insieme alla malattia ed alla morte, ma in epoca pre-moderna possedeva Senso. Il senso era determinato dalla funzione sociale e consisteva nel disporre di esperienza e vissuto utili alle nuove generazioni. Si era educatori, o ancor più e magari enfaticamente:- si era saggi. - Questo era il “giustificare” la condizione di anziano.
Il vecchio era stimato, socialmente prezioso.
Oggi non ha funzione, perché la tecnologia supera costantemente l’uomo, e la saggezza non legata alla “competenza” non è di alcuna utilità sociale.
Dice lo storico Carlo Maria Cipolla: “ Una società industriale è caratterizzata dal continuo e rapido progresso tecnologico. […] gli impianti diventano rapidamente obsoleti e gli uomini non sfuggono alla regola.[…] L’uomo industriale è sottoposto ad un continuo sforzo di aggiornamento e tuttavia viene inesorabilmente superato. Il vecchio nella società agricola era il saggio, in quella industriale un relitto.”
Mancando la funzione sociale, in questo caso una funzione tecnica, manca il Senso, e perciò si insegue un grottesco, fuori parte, - sconveniente perché inarrivabile -, giovanilismo.
Il vecchio è uomo nella misura in cui riesce a scopare, correre, ballare, “divertirsi”, festeggiare, coglionare…
Il dramma è l’aver posto, socialmente e culturalmente, la senilità nella necessità di rifiutare se stessa.
Scritto da Michele Bellingeri in Articoli alle 12:45 AM CET
