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L’augurio classico dice “Che tu possa avere ciò che desideri…”.
Ma il desiderio, per natura stessa del sentimento, si espande, si pone oltre ciò che si è acquisito e vuole di più, pretende nuovi risultati e nuove vittorie. E’ un esattore insaziabile.
La vita stessa, nella sua casualità, nella caoticità, -nella insensatezza tipica del divenire-, mai dona ciò che attendiamo: il desiderio è una Idea, e l’Idea, in quanto astrazione, è per definizione irrealizzabile.
Ma il desiderio è anche tensione vitale, energia e movimento, - i grandi uomini vogliono il grande, desiderano ciò che è alto ed irraggiungibile.
Come confrontarsi allora con il desiderare, il nostro desiderare?
Lo si deve annullare come recita il Buddha, e come predica la “noluntas”, la “volontà che anela al nulla” di Schopenauer?
No.
Annullare il desiderio significa annichilire la vita; è per santi ed asceti, malati e fanatici.
Preferisco Nietszche, e vi lascio un intermezzo, come augurio di Natale:
“ La vera felicità non è avere ciò che si desidera ma desiderare ciò che si ha”,
ed aggiunge in Ecce Homo:
“ [l’uomo ben fatto]…, il suo piacere, il suo desiderio, cessano quando egli oltrepassa il limite dell’utile.”
Scritto da Michele Bellingeri in Articoli alle 2:55 PM CET
