
La scomparsa delle classe sociali ha accelerato il processo di omologazione e massificazione dell’individuo.
In passato le classi erano un contenitore in grado di determinare una differenza; la differenza sosteneva l’identità. Il popolano, in modo forse greve e ideologico, era conscio della propria condizione e posizione sociale, ed attraverso queste costruiva una identità: cioè un orizzonte di senso in cui iscrivere azioni, scelte, desideri.
Manifestava un sano distacco per il padrone e la sua potenza; un sincero disprezzo per gli usi, le forme e gli stili del ricco. La distanza tutelava le basse classi sociali dal desiderare ciò che non conveniva loro: impediva ai singoli il bramare quello che non avrebbero mai potuto essere.
Per fare un esempio, il proletario del dopoguerra era “vino rosso ed osteria” ed aborriva l’avanspettacolo dei ricchi.
Oggi invece “la distinzione è annullata” ed ogni individuo produce gli stessi bisogni e desideri, che nell’insieme sono ridotti a ricchezza e celebrità.
Ma ricchezza e celebrità sono categorie per definizione accessibili ai pochi e la massa vive per questo di una costante ed inevitabile frustrazione: si pretende di “essere ciò che non si è”; - per l’appunto un assurdo. Per chi non ha talenti, cioè i nove decimi dell’umanità, l’unica soluzione è atteggiarsi come tali, ed ecco il fiorire dei Costantino, dei tronisti, dei briatore e dei calciatori; l’operaio paga a rate la BMW ed il Suv, e tutti si va al ristorante etnico, al solarium per l’abbronzatura, ad Ibiza per le ferie; ci si cura con l’alternativo ed il new age; se Materazzi ha un tatuaggio io anche; se Valentino vince ci si compra la moto e se Lapo indossa Fiat allora il panettiere pure.
Chiariamo. Non elargisco giudizi di valore, non propongo il proletario del dopoguerra come status e non sostengo nemmeno un ritorno al classismo; affermo solo che l’individuo comune del passato (l’operaio, l’artigiano, il contadino, la massaia, ecc…) era giustificazione di se stesso.
E come ho ripetuto in altri scritti, “giustificare se stessi”, cioè “volere ciò che si è”, è prerogativa dell’individuo ben riuscito e felice. L’uomo di massa odierno vuole disperatamente ciò che non è, e non riesce a dare senso alla propria esistenza se non nella emulazione insulsa di qualche cafone arricchito o personaggio televisivo.
Se la volgarità è “il non saper vestire i propri panni”, ecco una spiegazione del suo dilagare contemporaneo.
Scritto da Michele Bellingeri in Articoli alle 4:52 PM CEST
