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Dicembre 14th, 2008

IL LAVORO E ALTRE COSE.

Le critiche all’ultimo scritto sono state numerose.

Molti mi rimproverano che senza il lavoro la società moderna crollerebbe.

Ed hanno ragione, il lavoro è funzionale al sistema almeno quanto è deteriore per il singolo.

Se l’uomo comune, in massa,  rifiutasse la propria mansione (quindi niente più operai, impiegati, ragionieri,
geometri, tecnici, commercianti, ecc..) il Grande Tecnico imploderebbe.

Questo però indica, non che il lavoro è un bene, ma che la società per funzionare necessità della
distruzione di milioni di individui.

L’individuo ben fatto si tiene a distanza dalla professione, dall’impegno, dal fare incondizionato e dalla categoria,
privilegia il suo “essere uomo” a scapito delle specifiche competenze: - è “un intero” prima che “una parte”.

L’alienazione del lavoratore moderno, cosi ben descritta da Marx nel finire dell’ottocento ed ancora oggi attuale, è alla
base della frustrazione diffusa che viviamo; le categorie tecniche hanno schiacciato “il vecchio uomo” che è ancora in
ognuno di noi, tarpandone gli istinti, le pulsioni, la vitalità, la libera espressione. La sfera emotiva è in latente
e costante conflitto con la forma.

Ad aggravare poi, vi è quella che definisco la “sindrome dello schiavo”, cioè la necessità che l’uomo comune produce nei
confronti della propria sofferente condizione.
Una volta che si è diventati ingranaggi, si è tali per sempre, senza scelta. Non si ha forza ed energia, non si vede
alternativa per poter essere altro.

Sottolineo un altro aspetto. Nel fondare una comunità si individuano dei valori di riferimento, si afferma ciò che in una
società dovrà essere reputato bene e male.   Individuare come tipo uomo il laborioso e l’efficiente è, nella pratica,
diffondere mediocrità, filosofare da gregge, valorizzare tutto ciò che tende al basso, - livellare ed uniformare.

Una grande filosofia vuole, esalta e difende le eccezioni.

Scritto da Michele Bellingeri in Articoli alle 4:23 PM CET